FERITE

FERITE
di Maria Fingolo

Di abbracci lei non ne voleva sapere. Pochi ne aveva ricevuti e pochi ne dava.
Sul letto di morte per tetano, suo padre l’aveva abbracciata bambina, come una tenaglia arrugginita, stretta tra quelle braccia rigide, sudaticce, e da mani annerite e paralizzate dal male si era sentita travolta da un’onda cattiva che non voleva ricordare. Un altro abbraccio l’aveva avuto da un uomo vecchio che l’aveva presa ragazzina, per un sentiero di campi ingiallito, in autunno. Era di domenica e lei se ne stava andando dietro casa, con un amichetto della stessa età. L’amico si era nascosto in una di quelle capanne fatte di canne di pannocchie, messe ad asciugare, che si adattava bene al gioco degli indiani. Lei lo aveva trovato e insieme uscivano dalla capanna, e si rincorrevano girandole attorno divertiti, tirandosi gli scartocci vuoti e secchi del mais da poco battuto. Il vecchio malandato, con una barba grigia incolta, arrivò da sotto una vite, ormai priva di foglie, con i tralci secchi riversi verso terra, e l’afferrò con violenza stringendola tra le mani. L’amico scappò per la paura, lei invece affossò tra quelle robuste braccia e ammutolì. I suoi capelli ricci luccicavano ai raggi del sole e la gonna plissé si allargò come un soffice ventaglio. Cercò con strattoni di liberarsi e scappare, sputò in faccia al vecchio e lo spinse a terra, poi fuggì da quel sporco abbraccio. A casa rimase zitta per giorni.
A Luigi, l’amico, che le chiese del fatto non seppe dire niente. Solo silenzio, dalla sua bocca uscì, per diverso tempo, solo qualche sputo arrabbiato.
Con il passare degli anni divenne donna e madre, di poche parole.
In un pomeriggio di primavera, dove le piante iniziano a germogliare colorando il giardino di casa, la sua bambina Laura, di appena dieci anni, mentre gioca con il cane bianco e nero, macchiato a carta geografica, si sente chiamare.
- Laura vieni facciamo un gioco!
Così Laura segue quel garzone, un ragazzo che il papà aveva da poco preso a lavorare nella falegnameria. Un giovinetto con i brufoli arrossati sul viso, i capelli spettinati ricci scuri come gli occhi, le labbra pronunciate che sembrano sempre in movimento, il corpo esile e allungato. Indossa pantaloni sgualciti color crema stretti in vita da un filo bianco, quello che si adopera per le prolunghe elettriche; sopra la camicia ha un grembiule marrone macchiato e indurito da vernice trasparente con le maniche attorcigliate sui gomiti. Le scarpe sono consumate, e si aprono sulle punte lasciando uscire le dita nude dei piedi ancora sporche di segatura.
La bambina prende la mano che il ragazzo le allunga e insieme vanno sul retro della bottega. In quel posto, nascosto alla vista dei frequentatori del cortile, c’è il gabinetto degli operai e un piccolo ripostiglio dove vengono messi gli attrezzi per il giardino. Pino, così si chiama il giovane, spinge Laura contro il muro. Lei si appoggia e sente gli spuntoni dell’intonaco non tirato, che le penetrano nella delicata schiena. Il garzone scosta il grembiule, abbassa i pantaloni e inizia ad accarezzarsi proprio lì, tra le cosce. Intanto lei che non capisce, continua a spingersi all’indietro contro quel muro spigoloso, sente dolore, ma non fiata. Sul viso imbiancato dalla paura le compare come una rugiada che lo imperla e lo rende luminoso. Lui non la tocca e non le fa del male, cerca solo il suo momento di gloria. Poi il gioco termina: la voce della mamma la chiama con insistenza. Laura corre fuori da quell’angolo di bottega, salta con impeto tra le braccia della mamma, che faticano a trattenere tutta quella furia e le racconta l’accaduto. La mamma barcollante e impietrita la stringe togliendole il fiato.
Nell’abbraccio la bambina la sente tremare, la guarda e vede i suoi occhi gonfi di lacrime. Lacrime come gocce d’ambra, dove paura e dolore sono incastonate dal tempo. Le mani bagnate si cercano e si trovano congiunte quasi a pregare perché tutto passi presto e l’amore allievi le ferite.

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