IL VOLTO FERITO
IL VOLTO FERITO
di Maria Fingolo
È una sera d’autunno e quel Santuario quasi vuoto sembra perdersi nella grigia, bassa campagna veneta, tra canneti, fossi e salici piangenti testimoni di solitudine e abbandono. Ecco, lui entra con un soprabito beige lungo alle caviglie che trascina sul pavimento come una vecchia scopa.
La cintura, mollata anch’essa scivola, tirata avanti da quella strana sagoma ingobbita. Scorgo sotto: dei pantaloni a righe; sembra un pigiama sgualcito. Si siede sul banco davanti a me e inizia a muovere le braccia e le mani nella direzione di una parete, a me nascosta, alla sua sinistra. Da dietro non vedo nulla, forse un’arcata che nasconde nell’ombra una nicchia. Le poche persone iniziano a uscire, un lieve brusio mi avvolge mentre qualcuno mi fa cenno, toccandosi la fronte, di non badare quell’uomo così strano. Lui alza la mano in segno di saluto, come fanno i bambini e sorride. Restiamo soli. Mi accorgo che nella mano nascosta stringe un piccolo coltello dall’impugnatura scura e consumata. Si avvicina al muro che non vedo, dietro l’arco, e inizia a scalfire con gesti irruenti la parete. Mi sposto a lato e lo guardo mentre colpisce ripetutamente un’immagine enorme, raffigurante un Gesù giovane, affrescata sul muro. Quel viso sacro ha labbra socchiuse e sembra parlare; i capelli biondo chiaro toccano le spalle e incorniciano uno sguardo dolce che emana tepore e che entra nell’ombra più profonda dei pensieri. Lui invece, lo sconosciuto, si è imbruttito e con la bocca gli sento dire cose incomprensibili, intravedo i pochi denti ingialliti su una faccia invecchiata e scura forse per rancori rancidi di un passato che non conosco o per una vita, che nel dolore, con lui ha esagerato. Inizio a chiudere e a stringere gli occhi per non vedere quello scempio. Resto impietrita. Un rigurgito amaro mi sale in bocca, le mani sudano, mi sento stralunata. Le ginocchia cedono, e cado sull’inginocchiatoio che ho vicino. Lui continua a picchiare e ripetutamente colpisce gli occhi di madreperla dell’immagine che paiono, al chiarore delle poche candele accese, riempirsi di rugiada rilucente. Per terra i pezzetti d’intonaco colorati sono un mucchio di schegge di un mosaico difficile da ricomporre. Il Gesù lacerato continua a sorridere.
La luce fioca odora di cera bruciata e illumina gli spazi del piccolo e spoglio luogo sacro. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, solo noi due, soli, sfigurati nel terrore, lui mi sta davanti di schiena, nella nube di polvere che stringe la gola, siamo immobili, senza fiato. E ora cosa può succedermi? D’un tratto lui si gira verso me e mi porge sul palmo della mano la perla cavata all’occhio dell’immagine del Gesù. In quell’attimo, nella mia mente riaffiora l’espianto degli occhi che non permisi su mia madre: non volevo ferirla dopo la morte, così guardo quel luccicare e tremando mi commuovo. Mi accorgo poi che è la mia mano ora a muoversi e avvicinarsi, senza volontà, al viso di lui; tra le rughe, come righe di un quaderno sgualcito leggo un segno di supplica, e delicatamente ora le tocco accarezzandole.