«BEATA TE»

«BEATA TE»
di Valentina Silvestri

«Beata te». Quante volte, negli ultimi mesi, prima del pensionamento, mi sono sentita ripetere queste parole. Inizialmente rispondevo: «Beati voi che siete ancora giovani, mentre io con la pensione, divento ufficialmente vecchia». In seguito, non avevo più voglia di ribattere e rimanevo in silenzio, guardando altrove per nascondere il mio fastidio.
Avevo vissuto anni di precariato, lavori con contratti a temine nel privato e nel pubblico, tanto studio e decine di corsi di informatica, tanta fatica per conquistare un posto al sole, approdando, da pochi anni, ad un impiego nella scuola pubblica che mi appagava. Tutto ciò era stato cancellato con quel «beata te».
Sono in attesa della prima mensilità pensionistica, che ancora non arriva dopo oltre 5 mesi. Sai che cifra: 830 euro al mese! Una vita di lavoro per una pensione da fame. Quando ero giovane, non mi ponevo la questione dei contributi. L’obiettivo era ottenere un qualsiasi lavoro per sopravvivere al meglio.
Tra madre anziana che vive con me, figlia con nipotina e il mio compagno, l’impegno quotidiano non è scemato. Si crede che il pensionato debba aiutare gli altri perché ha tanto tempo a disposizione.
Dovrebbe fare volontariato, come consigliano amici e conoscenti. Giustissimo, ammiro gli anziani come me, che si dedicano agli altri. Ma per me non è sufficiente. Forse sono un’egoista e un’ingrata, ma vorrei costruire ancora qualcosa.
Non ho più impegni lavorativi, orari da rispettare, non mi devo alzare presto e affrontare il traffico.
Ma sono arrabbiata. Non è questa la vita che vorrei vivere.
Sono inquieta, confusa.
Mi sembra di non essere compresa e non ho il coraggio di lamentarmi, spiegare il mio stato d’animo.
Poco prima della pensione avevo delle certezze sulle mie capacità cognitive ed intellettive; ora, se non mi viene la parola corretta in un ragionamento o dimentico dove ho lasciato le chiavi, vado nel panico. Metto alla prova il mio cervello, cercando di arrivare alla parola mancante seguendo fili logici, annaspando nel terrore di iniziare a soffrire di demenza senile.
Eppure mi ritengo una persona mediamente intelligente, perché improvvisamente sono assalita da questi timori? Penso spesso che dovrei trovarmi un nuovo lavoro, che mi tolga da questi pensieri, che mi faccia sentire ancora viva, produttiva, inserita ancora dignitosamente nel contesto occupazionale. Varrà pure qualcosa professionalità acquisita in tanti anni di lavoro ed esperienza in ambito sociale ed interpersonale.
Purtroppo lo Stato è completamente assente. Per molti di noi sarebbe utile e vitale un impiego, anche part time o a chiamata. Un reinserimento nel mondo del lavoro anche con un orario minimo, per arrotondare una misera pensione e vivere la vecchiaia con dignità.
Nel frattempo mi invento di tutto: imposte da tinteggiare, pareti da imbiancare, piante da potare, roba inutile da eliminare. Ogni tanto curioso in qualche sito internet se c’è qualche possibilità di lavoro, ma concretamente è inutile illudersi.
A volte sono così arrabbiata che vorrei spaccare qualcosa, ma poi penso che alla mia età, se battessi un pugno sul tavolo, potrei farmi seriamente male. Questo stato d’animo lo alterno a un desiderio di evasione da tutto ciò. Vorrei che mi crescessero le ali e volare nello spazio infinito. Ma sto seduta qui sul balcone a guardare le stelle e mi è chiaro che non arriverà alcun aiuto. Mi do mentalmente una pacca sulla spalla e mi dico: «Non mollare, non darti per vinta. Se la salute regge, ti inventerai qualcosa, come hai sempre fatto». E quindi sciolgo i miei lunghi e bei capelli ondulati, in netta
contrapposizione alle rughe sul mio viso e alzando lo sguardo al cielo mi perdo in una magnifica stellata.

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