
LA DELICATEZZA DELL'ASCOLTO
LA DELICATEZZA DELL'ASCOLTO
di Flavia Pia Rando
Era una notte fredda, o forse no, ma le notti al lavoro di mamma lo sono tutte. Questa è la parte di lei che amiamo di meno. I fiocchi di neve scendono silenziosi sul nostro tetto e noi eravamo in trepida attesa. L'accompagno spesso nei suoi turni per farle sentire meno il peso, per stare con lei quando i compiti scolastici me lo permettono, quando l'indomani non devo essere interrogata. Sono sempre splendidamente brillante, nonostante le occhiaie!
La luce fioca in lontananza e l'avvicinarsi dei fari erano accompagnati dal roboante stridore della paratia che si alzava: ecco qualcuno... chissà cosa sarà.
Previsioni, desideri, preghiere... In un attimo avevamo ipotizzato tutto e il contrario di tutto, in quel gioco di sguardi e di non detto che aveva un solo significato: speriamo che non sia nulla di grave.
Ma grave per chi? Per la mamma e il suo team? Per me, che vorrei continuare tra le braccia di Morfeo il più a lungo possibile?
Mi alzo anch'io.
La porta si spalanca e due occhi profondi come il buio che li circonda si stagliano su un corpo minuto, sul quale fanno capolino mille riccioli che bisticciano fra loro. Annaspa, non respira... Ho subito una stretta al cuore, lo slancio di un abbraccio verso quel fiore che ha tentato di sbocciare. Mi trattengo. Aspetto di qua, ma il mio cuore è già accanto al suo. Ha la mia età.
Lacrime disperate le solcano il viso; sono quelle che, nascoste, rigano la mia anima da sempre. Infinite cicatrici per ogni dolore raccontato e ascoltato dalla mamma, mille sensazioni dietro ogni richiesta d'aiuto. È così che si comincia, è così che si continua, senza abituarsi mai e senza piegarsi alla durezza che solo il marmo può avere.
Sofia ha gli occhi di Gioia, che poi sono quelli di Cristina, che hanno il volto di Francesca. Ognuna con la sua storia. Hanno bussato a una porta e si è aperto davanti a loro un mondo nuovo, fatto di speranze mai sopite e di nuovi orizzonti da non tradire.
Il loro dire e fare ha qualcosa che le accomuna e mi fa apprezzare ancora di più le piccole gioie quotidiane che mi appartengono. Condivido con loro la mia mamma, il suo esserci per aiutarle a ritrovare un alito di vento. Eccola, pronta a tenderti la mano, da cui sgorgano fiumi di colore che si trasformano in uccelli variopinti e farfalle multicolori per cancellare tutto il rosso che proviene da ogni loro piccola crepa.
È infinito il dolore che assorbe nel tentativo di ridare il sorriso, seppure malinconico, a giovani donne, madri, ragazze e compagne che non si sono mai rassegnate al loro destino. O forse sì. Ha un compito: proteggerle, ma non giudicarle; ascoltarle e comprenderle, ma mai lasciarle andare. È un filo sottile che le lega, sempre rosso, teso quanto basta. Vorrei potesse farle librare come mille aquiloni in un cielo terso.
Cancello ogni nuvola di malcelata nostalgia e provo a immaginare di andare a ritroso in un viaggio per il quale non ho il biglietto. Forse neanche vorrei salire su quel treno; forse non ho nemmeno i bagagli adeguati per partire.
Attenderò il racconto con gli occhi bassi e la mascherina a coprire il volto e la sua tristezza. Mamma ha accompagnato mille e una ragazza in quella stanza in cui io studio, mi conforto e mi rifugio; in quella stanza delicata che raccoglie e accoglie i brandelli di ciò che è stato.
Non penso si sia mai pronti alla piega che la storia prenderà. So di cristallizzare i miei sentimenti e di fermarmi al qui e ora dell'altra, non più al mio, ma al suo di ragazza, fatto di continue imposizioni familiari che le sono sempre andate strette.
Ha presto spiccato il volo, presto, senza troppi pentimenti ma con tanti risentimenti. Ne aveva davvero voglia e necessità per non cadere nel baratro che si presenta quando ti distrai anche solo un secondo: questioni di attimi che possono farti apprezzare la vita oppure portartela via.
«Perché di sicuro qualcuno là sopra ti ama...»
Mamma ha in mente questo ritornello che fa da colonna sonora al libro della sua vita, che ha illuminato i suoi passi da sempre e al quale, da qualche anno, dà la concretezza di corpi che sono mio papà, io e mio fratello. Li ha sempre desiderati tutti e tre, perché è nata moglie e mamma tanto quanto medica.
Dice a sé stessa ogni giorno che deve ricambiare ciò che le è stato regalato, ridare quello stesso spiraglio di vita, un soffio, e riaprirlo per chi non lo vede più, lo ha perso o lo ha sepolto tra le mura invisibili del proprio io interiore.
Ha sempre coperto di parole il silenzio del non detto che ferisce, della pena che avvelena, in questo tentativo costantemente acceso di non creare vuoti e distanze. Ma tra il dentro e il fuori ha imparato che è giusto mettere qualcuno al centro, perché chi ci ha ferito non merita il posto d'onore.
Per tutto quel mare che abbiamo dentro, in cui talora galleggiano, talora nuotano, talora affondano le nostre certezze, solo alcuni meritano di essere salvati, perché il resto ci porterebbe giù con sé.
È stata la mano tesa di cui ci ricordiamo, ma anche il pugno nello stomaco e l'oltraggiosa violenza che non avremmo mai voluto vedere. Sono queste le cose che hanno segnato per sempre i corpi, i volti e le anime di chi si trova di fronte a lei, seduto sulla seggiola blu oceano, raccolto per non dissipare quanto resta.
La assale il dubbio legittimo di pensare: «Se io sono la persona che avrebbero voluto trovarsi di fronte, se sono io quella che speravano di incontrare, e forse il mio buon Dio lo ha fatto, misericordiosamente, per darmi una possibilità di redenzione... Io, che ho visto tanto nella mia vita ma ho anche ricevuto; io, che sono stata in bilico sull'uscio ma poi ho spalancato la finestra e sono corsa fuori... È tutto ciò che siamo che ci rende diversi, nel bene e nel male».
È quello che vogliamo dimostrare, ciò che gli altri ci appiccicano addosso e ciò che, per riflesso, ci siamo costruiti: un continuo scorrere di identità, non sempre ben amalgamate tra loro, continuamente in divenire, fluide.
«Sofia racconta».
Mamma, la mia mamma, non ha orecchie e cuore che per te e la tua storia. Si concentra per trovare il meglio da offrirti, per darti ciò che meriti e ti è stato negato: tante cure fatte di affetto, sapore di zenzero e cioccolata.
Guardo l'ora perché ho bisogno di restare ancora un po' e non ho bisogno di chiamare nessuno per tenermi compagnia. In questa stanza, che porta il nome di un fiore, ho visto cadere petali che conservo gelosamente tra le pagine di questo scritto e ho sentito raccontare lo sfiorire di tante vite.
Ti è stato offerto un aiuto materiale che non lenisce le ferite, ma dà sollievo immediato. Dà sollievo a mamma e alla sua ritrovata utilità.
Ed io? Servo a qualcosa? Ti rivedrò? Ho rappresentato la parte buona della tua adolescenza rubata?
Lo penso per ognuna. Sono certa di metterci del buono, tanto, quello fondamentale. Ma le circonvoluzioni cerebrali nascondono pieghe e angoli che non saprò mai se ho davvero rischiarato.
Ho una certezza: adesso avrai il nostro numero e, con quello, tutta la nostra disponibilità. Non ti abbandoniamo e te lo dimostreremo.
Tornerai a cercarci perché rappresentiamo il tuo legame sano e pulito con il mondo, o almeno con quella parte che non ti ha fatto male e vuole soltanto proteggerti.
Non è mai stato semplice. Non è mica una parola.
Ci si blocca sui mille intoppi burocratici di cui faresti semplicemente a meno o di cui sconosci perfino l'esistenza. Ci si arena sull'ovvio, sullo scontato, che non ti rende concretamente giustizia e non riconosce che ora non dovresti più patire quanto hai già sofferto.
Sono in crisi perché ho sperato in vallate sconfinate da percorrere insieme, a perdifiato, e invece mi ritrovo a scalare salite impervie di cui non vedo la cima.
Ma dove posso portarti?
Resta l'amaro. Assaporo il gusto che ognuno vi troverà, perché custodisco dentro di me un ricordo di bambina, di domeniche familiari che non ritornano, di legami dissolti nel tempo.
Ho il profumo di ciò che ci porta via dall'hic et nunc: la magia che creano le parole. Vorrei poterne regalare una diversa, ma speciale, a ognuna. Forse non ha mai ricevuto nulla. Carezze che nessuno le ha mai riservato ma che, in fondo, sono pronta a inventare talvolta per rendere il momento meno critico e meno reale, per stravolgere la tragedia consumata e dipingere un sorriso appena velato sul volto di chi ho appena conosciuto ma che già sento cercare nei miei occhi comprensione e affetto.
Quanta sofferenza, talvolta, pronta a esplodere dentro. Ma dentro chi? Dentro noi stessi, che faticosamente sorridiamo per nasconderla, che la teniamo a bada tra le rughe e lo sguardo rabbuiato. Quel nonnulla che scombussola le vite, le ridimensiona e ci abitua anche a mondi nuovi, diversi.
Ci attanaglia il buio che ci circonda e ci tiene sospesi nell'aria, volteggiando immobili alla ricerca di uno spiraglio di luce, di una vita a cui aggrapparci. Tanto dura mi appare, ancor più, la risalita. Respirare... se penso che fino a un attimo prima ero nel mio giaciglio caldo, comodo, riparato. Chi mai mi aiuterà in questo viaggio fuori e dentro di me?
La mia vita è come quella di un condominio a più piani, al quale si accede con un bellissimo ascensore musicale. Non sai mai a quale compagno di viaggio ti affiancherai: se all'antipatico del primo piano o all'affascinante dell'ultimo; non sai se dovrai metterti in un cantuccio per far spazio alle mille buste della spesa o al grazioso cagnolino della vezzosa vecchietta che osserva il mondo dallo spioncino. Forse arriverò in cima e poi dovrò ridiscendere. Forse non vedrò l'ora di mettermi comoda. Forse non lo prenderò neanche e aspetterò il prossimo, bofonchiando per l'inutile attesa. Di certo c'è il bellissimo panorama che mi perderei se non arrivassi lassù: rami irti e raggi di sole che sbucano felici tra le nuvole, catinelle di fiocchi di cotone che mi ispirano gioia e cieli tersi. Fuori sono una ragazza molto volitiva. Sulla mia macchinina blu elettrico nessuno mi ferma, nemmeno tu che mi hai preso il cuore: Ares, dio greco della guerra, figlio di Zeus ed Era, che incarna gli aspetti più violenti, brutali e sanguinari del conflitto.
Ti ho studiato sui libri eppure i tuoi occhi azzurro mare e il tuo caschetto biondo mi fanno pensare a tutto tranne che a scenari bellici.
Non mi hai neanche mai sfiorata con pensieri negativi o violenti. In questa storia predominano bracciali e peluche donati di nascosto, qualche effusione a bruciacuore e i mille intrecci familiari che cerco di tenere a bada.
La mia famiglia non ti apprezza, la tua mi adorerebbe. Eppure ti ho lasciato seguire il tuo destino. Chissà se si rincontrerà con il mio.
Tu vuoi realizzarti presto per non dipendere da nessuno; a me, invece, non dispiace affatto esserlo, perché da me trovo il caldo abbraccio quotidiano di chi si sacrifica senza dirtelo, solo per farti stare bene.
C'è poi la storia di Giulio che pesa, quel suo non essere il nome che ha segnato le vite di tutti. Geneticamente uomo, hai ancora la possibilità di scegliere cosa essere in un mondo che chiede sempre più insistentemente di definire chi sarai. Tu non lo hai ancora deciso e lotti ogni giorno per scoprirlo.
Nessuno di noi può aiutarti in questa scelta ardua, fatta di autocateterismo vescicale, visite endocrinologiche e psicologiche, sedute interminabili con mamma e papà che non sono riusciti a restare insieme.
Anche gli avvocati ti mettono a dura prova: vogliono sapere da che parte stai, tu che non sai nemmeno chi sei. Vivi le tue giornate aspettando mamma che arriva, ma senza osare disturbarla quando non c'è, perché conosci bene il modo in cui alzerebbe la voce per rendere giustizia a sé stessa e a tutte le disgrazie che sono passate sulla sua pelle e sulla tua.
Non riesce più a tollerare alcun dolore: un marito che non è servito a nulla, che l'ha picchiata e oltraggiata e che, in più, le ha lasciato te. Così, un ragazzo in cerca di una definizione di sé e di un posto nel mondo.
Ormai neanche ti lamenti più dei mancati sguardi di chi ti piace, dei mancati inviti alle feste dei compagni di scuola… non hai hobby, né potresti coltivarne; noi siamo gli unici approdi che riescono ad accettare la tua situazione e ti fanno evadere da questa morsa di cui vorresti allentare la presa.
Noi ci siamo sempre stati, da quando sei nato, da quando le nostre mamme compravano i corredini per me e per te: rosa e azzurro, poi il grande dolore e da lì ancora nulla è passato; anzi, crescendo, aumenta il disagio, la competizione con tuo fratello, gli screzi con chi non ti comprende.
Ho deciso di fermarmi a non pensare; talvolta non dovrei farmi sovraccaricare da quelli altrui, ho deciso che non posso, non riesco... o forse in effetti lo devo a chi mi ha regalato un soffice angolo di paradiso in terra e tenere attenzioni che colmano la mia esistenza? Ci penso, rimugino, giro intorno a ciò che è importante per me e allo scorrere dei miei giorni qui.
Ascolto. Tanta delicatezza ricerco in punta di piedi come una rosa bianca, come ristoro per l'anima di ognuna: il nostro piccolo angolo che ci preserva e custodisce. Ho cura di te perché ti ho a cuore… ora e per sempre così sarò!
Tu credimi.
Respira, sfoglio pagine increspate e piene di polvere per guardare meglio dentro me stessa e scovare tutte le feritoie che mi appartengono.
Flavia Pia Rando







Fondazione CIS - Cultura Informazione Solidarietà ETS